giovedì 10 dicembre 2009

(segue)... racconto di una domenica di novembre

... i drappi neri si aprono, i due spazi ora sono uno solo, il baule e la sedia un po' decò non sono più soli, il brusio cresce per poi abbassarsi improvvisamente, come a sottolineare il cambio della scena e la fine dell'attesa.

Percepisco una tesione diversa, di qua della parete di compensato è concentrazione, timore, energia che cresce, al di là oltre la porta c'è sospensione, attesa, curiosità. Lo spazio intermedio ora è aperto alla vista, la luce che illumina la scena ancorchè priva di vita, restituisce le forme degli oggetti presenti, è così che quello spazio, e non altri spazi, prende il sopravvento sulla realtà, quel semplice gesto di aprire i pesanti drappi neri non ha semplicemente rivelato un pavimento, degli oggetti, ma lo ha fatto diventare un luogo, una storia, un universo, piccolo e immaturo forse ma più importante, non più solo nostro, ora è di tutti i convenuti sia quelli seduti in platea sia noi dietro alla parete di compensato, non c'è distinzione c'è solo l'immaginazione.

Sto divago e rischio di perdere la concentrazione proprio l'ultima cosa da fare ora, ritorno presente nel mio corridoio stretto e dalla luce azzurrina, provo a ripassare la memoria, ma solo un po', solo le battute iniziali, non vorrei mai incasinare anche quelle poche certezze: la memoria c'è! Un po' stupito mi rendo conto che paura e panico non sono tra la lista delle sensazioni presenti, sono teso ma solo da un'energia positiva, le pulsazioni non sono propriamente rilassate, ma è quello che serve per non perdere concentrazione e consapevolezza e poi c'è la parete di compensato protettiva, la porta sulla destra in attesa di essere attraversata, ancora uno sguardo intorno, siamo tutti li, tutti pronti.

... cala il silenzio, poi la voce rassicurante di Pier che ci racconta , poi la musica e le tre battute iniziali conosciute a memoria, l'ultimo sguardo verso Ale un respiro profondo, il drappo nero che si sposta e lui passa oltre, è un passo nello spazio senza tempo, in scena entra lui ma è come se entrassimo tutti insieme. In silenzio faccio un tifo da stadio "forza Ale!", seguo con la mente le sue parole, visualizzo i movimenti ripetuti decine di volte, le intonazioni ed i silenzi, man mano che le parole riempono la scena mi rendo conto che è la storia a raccontarsi attraverso di noi e non il contrario.
Ci siamo, ora tocca a me: un respiro profondo e trattenuto, parte la musica, arriva Donna Elvira è arrabbiata... allora entro ... no non è vero... non sono io ad entrare, in una frazione di secondo mi rendo conto che sta entrando Don Giovanni, io non ci sono più, in qualche modo sono rimasto di fronte alla parete di compensato, è lì che sono utile, un suggeritore, una fonte d'energia, uno sforzo a distanza per far vivere la storia, ma la storia ha bisogno di Don Giovanni e non di me, in quel momento il copione non sono più parole scritte ma vento, passione, carne, Don Giovanni viene cazziato, si difende, gioca, si divincola, si spaventa, prova a compiacere visto che non può piacere ed alla fine va... "a portare a termine la sua piacevole impresa", esce dalla scena ed reincontra me, sono incredibilmente sudato , svuotato d'energia ma felice.
La tensione non cala, non più calare perchè la Storia è ancora lì, il palco è vivo ed il pubblico vive insieme a noi i drappi neri non si sono chiusi, arrivano risate e applausi sono con noi con la storia!

Tutti insieme sul palco per la chiusura entrando uno alla volta, ciascuno per raccontare l'ultima parte l'ultimo mattoncino alla nostra costruzione, con l'ultima battuta "Pillappunto" la musica prende forza mentre calano le luci, la Storia termina nel migliore dei modi con gli applausi!

E così la Storia non ha più bisogno di Don Giovanni, Petruccio, Sganarello, Donna Elvira, Carola, Guzman, sono andati lasciandoci soli con i nostri sorrisi un po' imbarazzati per i saluti al pubblico. La platea ora è illuminata e cerco con lo sguargo amici e parenti per trovare conforto, supporto e qualche conferma, in fondo devo placare anche quella parte egocentrinca, senza il quale forse non sarei qui...

Rientriamo tra eccitazione e nostalgia in "camerino", cambio, strucco, riordinare, metti a posto, i drappi neri si sono chiusi ma ora so che quando torneranno ad aprirsi sarò di nuovo lì insieme agli altri per dare energia ad una nuova storia...

martedì 1 dicembre 2009

racconto di una domenica di novembre

Una parete di compensato di fronte a me, compensato grezzo, segni di chiodi, non è che una sottile barriera ed oltre uno spazio ancora buio, uno spazio e nel mezzo sembrano abbandonati un vecchio e polveroso baule ed una sedia un po' decò, solo loro, praticamente uno spazio vuoto.
Oltre lo spazio buio del baule e la sedia ci sono spessi drappi neri, bloccano la luce che dall'altra parte cerca di inutilmente di illuminare e dare una parvenza di spazio vivo. I tendoni neri non bloccano però le voci, un brusio casuale, indistinto, supera le tende e la parete di compensato che è sempre di fronte a me, il brusio non è nè forte nè fastidioso, ma costante, presenza reale e sensazione di attesa, deve riempire il tempo.

Tutto è pronto, settimane e mesi passati a ridere, scherzare senza prendersi troppo sul serio, settimane e mesi passati a provare, faticare, lavorare, preoccuparsi e ridersi addosso. Ora niente sembra pronto, il dubbio fino all'ultimo "forse serviva più tempo" ma il tempo è finito di fronte ad una parete di compensato. Distolgo lo sguardo, la parete inizia ad essermi antipatica, cerco gli occhi di chi mi è vicino nella penombra azzurrata di questo corridoio stretto, sorrisi d'intesa, niente parole, niente rumori, gesti e parole mute per ricordare a tutti che non siamo soli, che tutto andrà bene, che siamo noi.

Un po' di stretcing per rilassare i muscoli senza perdere la tensione, ancora uno sguardo intorno, di nuovo la parete... ok, niente panico... il brusio cresce di intensità, sensazioni ed emozioni velocemente tagliano i miei pensieri, speranza e paura a braccetto, non mi soffermo troppo, non voglio permettere che mi distraggano le lascio passare quasi indisturbate. Riporto lo sguardo sulla parete uffa, sempre più antipatica, inizia però ad entrare nel mio spazio visivo, esclusa quasi volontariamente, un'apertura, è sul lato destro, una porta con un altro drappo nero, oltre c'è lo spazio ancora buio, il baule e la sedia, so che dovrò passare da lì ma non ancora... (segue)